18Dic 2017

La sentenza della Corte di Cassazione sull’Eternit Bis, divulgata ieri mattina, era quella attesa: inammissibili i ricorsi presentati a gennaio scorso dalle procure torinesi contro la decisione del gup (anche questo di Torino) Federica Bompieri che, a novembre 2016, aveva riqualificato il reato contestato all’imprenditore Stephan Schmidheiny da omicidio doloso (volontario) a colposo pluriaggravato (colpa cosciente). Già così si era pronunciato il procuratore generale Delia Cardia nell’udienza in Cassazione di mercoledì, evidenziando, a suo dire, vizi di forma nel ricorso presentato dai colleghi torinesi: il pm Gianfranco Colace (che di Eternit si occupa fin dal maxiprocesso per disastro doloso, poi autore dell’incriminazione dell’imprenditore svizzero per omicidio volontario di 258 vittime nell’Eternit Bis) e la procura generale (il capo Francesco Saluzzo e il sostituto Carlo Pellicano).  

Sull’inammissibilità si erano anche pronunciati, ovviamente, Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva, difensori di Schmidheiny, mentre le parti civili, rappresentate all’udienza, per conto di tutti i colleghi, da Marco Gatti ed Esther Gatti (a tutela di vittime ed eredi, Comuni tra cui Casale, Afeva e altre associazioni), avevano insistito sulla fondatezza dei ricorsi.  

Si ritiene che la sentenza della Cassazione si basi sui vizi formali e che probabilmente non entri nel merito del tipo di reato contestato (omicidio doloso o colposo): lo si leggerà nelle motivazioni attese indicativamente entro un mese. 

Il maxiprocesso e la prescrizione 

Qual era la materia in discussione? Ecco il contesto. Un primo processo – il cosiddetto Eternit Uno – a carico di Schmidheiny, ultimo patron di Eternit Italia in vita (e fino a un certo punto anche del belga Louis de Cartier, poi deceduto) era fondato sull’accusa di disastro doloso: ne erano scaturite condanne in primo grado e in Appello (18 anni di reclusione), ma la Cassazione, a novembre 2014, aveva dichiarato la prescrizione, facendone decorrere i termini dal momento della chiusura della fabbrica nel 1987. Una tesi che sta un po’ stretta nel caso delle vittime di malattie causate dall’amianto: il cancro mesotelioma maligno ha un’incubazione lunga anche decenni e, con questa premessa, se ci sono dei responsabilità di averlo causato con diffusione dissennata della fibra di amianto, resteranno per sempre impuniti perché protetti dalla prescrizione. Ma così decise la Corte, lasciando intuire, nelle motivazioni, che altra cosa si sarebbe potuta valutare se si fosse considerato, anziché il disastro doloso, il reato di omicidio. Pertanto, la procura depositò una nuova richiesta di rinvio a giudizio, a carico dell’imprenditore, per omicidio volontario, indicando nel capo di imputazione un “campione” di 258 vittime di mesotelioma (per lo più cittadini che non hanno mai lavorato all’Eternit e neppure ci abitavano vicino).  

ETERNIT BIS: LA DECISIONE DEL GUP  

All’esito dell’udienza preliminare dell’Eternit Bis, però, il gup Bompieri riqualificò il reato da omicidio doloso a colposo, aggravato dalla previsione che quella gestione industriale effettivamente avrebbe potuto causare delle morti (il cosiddetto nesso causale che i giudici spesso faticano a provare per la peculiarità del caso amianto). La procura torinese, convinta della propria tesi, aveva impugnato la decisione del gup in Cassazione. La Suprema Corte, però, ieri ha appunto dichiarato inammissibile il ricorso. E l’ha rigettato.  

AMAREZZA E RABBIA DOPO LA CASSAZIONE  

Amaro il commento delle vittime e dei famigliari dell’associazione Afeva, presieduta da Giuliana Busto. «C’è rabbia, ma anche consapevolezza che far passare il principio del dolo in vicende di questo tipo è molto difficile perché mette in discussione la cultura giuridica e anche grossi interessi. I processi comunque si faranno e potrebbero essercene anche altri, per altre vittime che non sono indicate nell’elenco dei 258: i morti d’amianto purtroppo sono molti di più. E la strage non è finita». 

Il sindaco Ttti Palazzetti, presente in Corte di Cassazione con la fascia tricolore, aggiunge: «La sentenza mi amareggia, speravo andasse diversamente. Restiamo vicino ai malati e ai famigliari delle vittime e, ora, auspichiamo che la procura di Vercelli sia celere nell’istruire il processo per i casi di sua competenza. Non si debba subire un’altra umiliazione a causa di nuove prescrizioni, sarebbe il colmo». 

«La decisione della Cassazione è un duro colpo per tutto il territorio che sta subendo tuttora le conseguenze dell’Eternit – commenta la deputata del Pd Cristina Bargero -. Come territorio rimaniamo uniti e vigili perché non ci si dimentichi del danno immenso che l’Eternit ha causato». E un altro parlamentare casalese del Pd, Fabio Lavagno, che, mercoledì, era a Roma in Cassazione, sintetizza: «Brutta notizia». 

CHE COSA ACCADE ORA  

La sentenza di inammissibilità segna ora un punto fermo: rende cioè definitivo (in gergo si dice: passato in giudicato) quel pronunciamento di novembre 2016. Ma ancor più interessanti e attese sono le motivazioni che la Suprema Corte dovrebbe depositare entro un mese. Se i giudici romani si limiteranno agli aspetti formali dell’impugnazione ritenuti viziati e non si soffermeranno sulla qualificazione del reato – doloso o colposo – resterà in sospeso un bel problema. 

Perché? La sentenza del gup torinese Federica Bompieri ha prodotto questa conseguenza: la competenza dell’omicidio colposo non è più della Corte d’Assise, ma del tribunale competente per territorio. Da qui è derivato il frazionamento del fascicolo Eternti Bis in quattro filoni, dirottati, ciascuno, a una diversa magistratura: Torino per 2 morti a Cavagnolo (dove a lavorare l’amianto era la Saca, inglobata poi dall’Eternit), Vercelli per oltre 240 morti di Casale e dintorni, Napoli per 8 morti di Bagnoli, Reggio Emilia per 2 morti di Rubiera.  

UN PROCESSO INCARDINATO A TORINO  

Ma, a oggi, l’unico procedimento certo, in cui Schmidheiny è imputato di omicidio colposo pluriaggravato, è quello di Torino, dove il gup aveva la competenza di disporre il rinvio a giudizio. Il processo è incardinato, il 19 dicembre c’è udienza e i difensori Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva hanno preannunciato che cominceranno a sollevare eccezioni sull’inammissibilità di certe parti civili. 

ALTRE TRE PROCURE IMPEGNATE  

Per gli altri tre filoni, il gup aveva trasmesso gli atti alle rispettive procure di competenza: ognuna dovrà istruire di nuovo il caso e potrà decidere autonomamente che fare. Ad esempio, il pm di Napoli ha già ritenuto di chiedere il rinvio a giudizio di Schmidheiny per omicidio doloso; il gup aveva fissato l’udienza preliminare il 27 novembre, poi l’ha rinviata al 13 febbraio. Si vedrà che cosa deciderà. 

A Vercelli e a Reggio Emilia le procure sono rimaste in attesa della Cassazione e quindi ancor più attendono le motivazioni della sentenza di ieri, soprattutto se esprimeranno un parere su dolo o colpa (anche se le indicazioni della Suprema Corte non sono comunque vincolanti). 

IL PARADOSSO  

Potrebbe succedere il paradosso: incriminazioni diverse (doloso o colposo), in sedi diverse, per lo stesso imputato, per fatti riconducibili alla medesima condotta, per lo stesso tipo di malattia e morte, con la sola differenza dei nomi e delle residenze delle vittime. E intanto la prescrizione aleggia leggera e subdola come la fibra e fa il solletico.  

È arduo mantenere salda la fiducia nella giustizia quando è così farraginosa, disancorata dal tempo e cavillosa più nella forma che nella sostanza. La domanda è sempre la stessa: qualcuno, e chi, è responsabile di così tanti morti innocenti?  

>>Fonte La Stampa<<