02Ott 2017

In Italia si cominciò a parlare dell’obbligatorietà del fascicolo unico di fabbricato già nel secolo scorso, quando a Roma – era il 1998 – crollò la palazzina di Vigna Jacobini, facendo 38 vittime, e da allora se ne riparla ogni volta che crolla un edificio sotto i colpi di un terremoto, di un fiume di acqua e fango o di altri eventi traumatici. Ma in Italia il fascicolodi fabbricato resta a tutt’oggi ancora un miraggio.

La Fillea Cgil da anni insiste sulla necessità di introdurre questa “carta di identità” degli edifici e, dopo un lungo lavoro di relazione e confronto con le Associazioni Professionali, ha presentato nel corso di un Convegno Nazionale una proposta organica, chiedendo alle Istituzioni di passare dal dire al fare. 

A livello territoriale, sono stati fatti tentativi da parte di alcune Regioni per provare a rendere obbligatoria una qualche forma di documentazione propedeutica alla certificazione sismica e la messa in sicurezza degli edifici, senza tuttavia avere successo. Parliamo ad esempio di Lazio, Campania, Emilia Romagna, Basilicata, Calabria. Ognuna di queste Regioni ha avuto un percorso proprio, molto spesso accidentato a causa di alcune sentenze di incostituzionalità delle Leggi emanate, e di fatto in nessuna di queste Regioni c’è attualmente un quadro chiaro e definitivo sull’argomento.

E mentre in Europa numerosi Paesi hanno da tempo introdotto forme diverse di carta d’identità degli edifici – ad esempio, in Francia dal 1977 per gli edifici pubblici, in Gran Bretagna dal 1995, e poi in Germania e Spagna – proprio il paese con il più antico patrimonio edilizio del continente non si è ancora dotato di questo strumento fondamentale per il monitoraggio dello stato di salute di un edificio e per praticare una vera politica strutturale di prevenzione e messa in sicurezza del patrimonio abitativo e pubblico.

I numeri parlano chiaro, e gridano vendetta: in uno scenario dove l’81% dei comuni italiani è in aree ad alta criticità idrogeologica e quasi il 67% della popolazione risiede in zone a rischio sismico, oltre l’80% degli edifici pubblici è risalente a prima dell’introduzione delle  norme tecniche del 2000 ed il 56% a prima degli anni ’70. Si stima che oltre 100 mila siano gli alloggi a rischio rientranti nell’edilizia storica nelle grandi città; oltre 400 mila gli alloggi a rischio rientranti nell’edilizia storica nel resto del territorio nazionale e sono circa 800 mila gli edifici con più di 40 anni di vita. A questi andrebbero aggiunti gli edifici caratterizzati da degrado per ragioni costruttive (boom edilizio anni ‘60 e ‘70, edifici abusivi multipiano, costruzioni concepite in funzione della speculazione edilizia a discapito della qualità dei materiali) per altri 2 milioni circa di unità abitative. Non sono quindi più a rischio solo gli edifici storici ma anche quelli contemporanei, che invecchiano molto prima.

Per la Fillea e per le Associazioni Professionali l’introduzione del fascicolo unico di fabbricato è una priorità assoluta: “siamo consapevoli che si tratti di un processo lungo ma è possibile individuare tappe a breve e medio termine, utilizzando fin da subito una serie di strumenti già presenti, come le agevolazioni fiscali, il sisma-bonus, le linee guida per la classificazione del rischio sismico, rendere cedibili alle banche tutti i vari bonus sia per la ristrutturazione che per risparmio energetico ed interventi antisismici, di fatto estendendo un sistema che è stato già riconosciuto per la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto del Centro Italia.”

Secondo la proposta della Fillea, una volta a regime il fascicolo dovrebbe contenere la condizione sismica e strutturale dell’edificio e dell’unità abitativa secondo una classificazione omogenea a livello nazionale, la classe energetica ovvero impianti e consumi, la classe dell’esposizione al rumore. Il Fascicolo inoltre deve contenere una parte generale (se l’unità abitativa fa parte di un condominio o strutture con più di 4 unità abitative) e una parte specifica (per la singola unità).  Andranno poi differenziate queste “carte di identità”  tra edifici storici e edifici moderni, richiedendo classificazioni, attestazioni e analisi a professionisti delle diverse specializzazioni.

Tra le proposte di medio periodo il sindacato e i professionisti puntano anche a introdurre, con gradualità, l’obbligatorietà delle manutenzioni programmate, una sorta di “revisione obbligatoria”, e l’adeguamento ordinario ogni 20 anni, come accade in altri paesi europei. In questo modo ogni intervento significativo sullo status energetico, sismico o del rumore, potrà prevedere un aggiornamento del fascicolo di fabbricato.