06Feb 2018

Confermate le condanne dei manager della centrale Enel di Chivasso per la morte (tra il 2003 ed il 2006) per mesotelioma pleurico di alcuni operai esposti per decenni all’amianto, largamente presente nello stabilimento.

Questo è quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, con sentenza n. 4560 dello scorso 31 gennaio, confermando quanto già dettagliatamente e logicamente argomentato dalla Corte d’Appello circa le ragioni per le quali gli imputati fossero in grado di conoscere, all’epoca dei fatti, gli effetti nocivi dell’esposizione all’amianto. Ma non solo, la Corte ha ritenuto altresì che fossero nelle condizioni per l’adozione di adeguate misure protettive che in realtà non sono state mai predisposte, se non a partire dagli anni ottanta e, quindi, dopo diversi anni di esposizione alla sostanza cancerogena.

I magistrati della Cassazione, richiamando il principio oramai consolidato per il quale la responsabilità del datore di lavoro in caso di morte o lesione del dipendente si configura anche in caso di omessa adozione di quelle misure ed accorgimenti imposti all’imprenditore dal Codice Civile ai fini della tutela dell’integrità fisica del lavoratore, hanno sostenuto che, nel caso in esame, la mancata predisposizione da parte del datore di mezzi personali di protezione appropriati ai rischi inerenti le lavorazioni, configura in capo agli imputati un reato.

Attraverso tale pronuncia, la Suprema Corte ribadisce, dunque, l’orientamento giurisprudenziale, ormai prevalente, che attribuisce al protrarsi dell’esposizione ad amianto l’aumento del rischio di mesotelioma o di altri tumori polmonari, superando definitivamente la tesi che attribuiva la responsabilità dei decessi all’assunzione di una dose minima di fibra killer.